Se è vero che tutte le strade conducono a Roma, ce ne è una che parte dal Bronx. Una storia hip hop, la storia raccontata da Danno, rapper romano da più di venti anni.

Concepito sui marciapiedi l’hip hop non poteva che incamminarsi per mille strade. Da New York a Tokyo, dai ghetto-blaster dei pionieri alle ville regali dei grandi producer. Sin dalla sua nascita nella fine degli anni 70 una sottocultura, espressione del disagio delle black masses dei ghetti newyokesi, aveva già tutte le caratteristiche della big thing: quelle parole armate ma senza polvere da sparo (almeno inizialmente) erano, assieme al ritmo delle basi funk, solo la forma “sonora” di un fenomeno inarrestabile il cui linguaggio deflagrante interessava ogni forma espressiva: djing, breakdance, graffiti, urban poetry, abbigliamento. Codici estetici che, anno dopo anno, sono riusciti a conquistare i più giovani e ad ammaliare le borghesie progressiste fino ad entrare, sempre più decontestualizzati, nel pop, nel quotidiano, nel ridondante: music business, moda giovanile, fitness, espressione urbana e persino marketing continuano a prendere in prestito elementi della cultura hip hop. Eh sì, Russell Simmons – rapper in arte conosciuto come Run dei Run DMC, fondatore della casa discografica Def Jam e proprietario di diverse linee di abbigliamento – ci aveva visto lungo: l’hip hop, in una forma o in un’altra, è sotto gli occhi – e le orecchie – di tutti. Tutte le strade, si sa, portano a Roma, città natale di Simone Eleuteri “aka” Danno, classe 1974, personaggio di spicco del rap italiano e membro dei Colle der Fomento, formazione attiva da venti anni e in imminente uscita con un nuovo album. È da poco tornato da un tour estivo con la band che lo ha portato per la prima volta a suonare a Londra e Berlino, due traguardi importanti per chi fa rap solo in lingua italiana e con un non trascurabile accento romanesco. La sua casa trasuda passione per l’hip hop e per i vinili e tutto ciò si mescola a perfezione con tendenze spiccatamente geek: xbox, feticci di Guerre Stellari ovunque, fumetti rari. Insomma, l’hip hop mantiene giovani. Ci tiene a mostrare un pezzo forte: Wormwood. «Questo fumetto è la pietra tombale del politically correct». L’anticristo ed un redivivo Gesù Cristo “nero” in versione rasta, sfidando le leggi imposte dai loro goffi padri, diventano amici e combattono assieme per scongiurare l’Armageddon. Tutto questo mentre al Vaticano siede il vizioso Papa Jacko. E noi siamo proprio nella culla del Papa, metropoli ambigua e dai forti contrasti, luogo dove una cosa ed il suo contrario, pur facendo a pugni, riescono a coesistere, lasciandola agli occhi di molti città impunita.

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Il Cielo su Roma.

“Eddie ha dieci anni. Fa breakdance e moonwalking per strada da quando aveva sei anni, usando un pezzo di cartone come pista. Gli altri due membri della squadra hanno sedici anni: uno di loro è avvolto in un montone, l’altro porta una calza a rete sulla testa. Entrambi battono il tempo con le mani per Eddie, facendo rap a turno. Sostengono di aver preso parte al film hip hop ‘Wildstyle’, ma non importa che io ci creda davvero: la cosa che conta di più per loro è farmi capire che nell’isolato tutti li conoscono”.

(David Toop, Rap Attack 2 - African Rap to Global Hip Hop, Serpent’s Tail, London 1991)

“Roma la città eterna non scende a patti
la Roma dei coatti le comitive sui muretti,
le borgate la periferia i palazzi
la Roma degli sguardi che finiscono in scazzi,
nei cortili qualcuno sta vendendo qualcuno sta comprando
una sirena e stanno già scappando via di qui
tocca dasse al più presto più presto per lasciare un segno in mezzo a tutto questo,
la Roma dei romani de Roma
de chi la vede pe’ la prima e ce se innamora
la Roma bene acchittata che pe’ acchittasse paga
le sale giochi la mattina coi pischelli che hanno fatto sega
il fronte i fasci il Forte gli autonomi
le situazioni brutte di notte
Stazione Termini
il bionno Tevere
il cielo sopra Roma
che non smette mai de vivere”

Nel 1999 esce il singolo più noto dei Colle der Fomento, “Il Cielo su Roma”, un pezzo che fa la storia del genere in Italia. È l’occhio attento di tre giovani hiphoppers romani – Danno, Masito, Ice One (allora dj dei Colle, poi sostituito da Dj Baro) – sulla loro città, testimonianza della forza espressiva di un linguaggio metropolitano fatto di ritmo e rime che permetteva a Roma di essere in qualche modo più simile a New York. «Roma è stata una metropoli hip hop, così come lo sono state le altre grandi città italiane. Quando questa cultura iniziò a diffondersi nel mondo trovò anche nel nostro Paese città vergini, dove i pionieri furono quei giovani incuriositi dalle novità della breakdance e dei graffiti, arrivate con film come Wildstyle e Beat Street. Il motto Love Peace and Unity della Zulu Nation di Afrika Bambaataa negli anni 80 ebbe terreno fertile anche qui e la passione per il rap iniziò ad unire in crew comitive di ragazzi. Col passare degli anni Piazzale Flaminio divenne il punto di incontro della Roma hip hop. Ci trovavi il mondo… ballerini di breakdance, writer, stranieri da ogni cultura, ragazzi di borgata e figli della Roma bene, storie di vita molto diverse tra loro. Eravamo tutti animati da uno spirito di scoperta. Roma allora era terra di conquista – un luogo stimolante – e non credo fosse solo un’impressione giovanile. Oggi Roma si è inaridita, è divenuta più cattiva e più cinica».

Walk this way, supercafone.

«Quando ero ragazzino ascoltavo Jovanotti su Radio Deejay». Molti della scena hip hop preferiscono non citare Lorenzo ‘Jovanotti’ Cherubini, ma è indiscutibile l’importanza che ebbe anche lui nello sdoganare, a partire dalla fine degli anni 80, un certo codice estetico tra i più giovani. «Fu lui a farmi scoprire il rap, passando i grandi classici di Run DMC, Public Enemy, Beastie Boys e dando spazio ai primi dj italiani che scratchavano, come Zappalà e Lory D. Proprio dello scratch mi innamorai, fu quello lo switch». Simone condivideva questa passione con il suo amico Massimiliano, ai più noto come Masito, l’altra voce dei Colle der Fomento. «Avevamo pochissimi dischi all’epoca e ascoltavamo le prime formazioni italiane, come Onda Rossa Posse e Isola Posse per imparare a rappare. Presa un po’ di confidenza con le rime nel 1994 ci lasciammo ispirare dalla scuola di gruppi come Cypress Hill, House of Pain, Funkdoobiest, Lordz of Brooklyn. Band che riuscirono a farsi notare in mezzo al rap “nero” non scimmiottandolo, bensì esaltando le loro radici latine o europee. Basta pensare agli House of Pain, fieri delle origini irlandesi e con un trifoglio come simbolo, che parlavano di birra. Noi così capimmo che potevamo essere hip hop anche dicendo “noi semo romani”. Ci piaceva l’idea di fare rap hardcore esaltando il “cafone” romano, dando nel nostro contesto un’accezione positiva a questo termine. Esattamente come fece il Piotta quando uscì con la sua hit “Supercafone”». La parola “cafone” nel dizionario urbano dei giovani fan dell’hip hop di quel periodo acquistò un nuovo significato: stava per persona o cosa “forte”, “potente”.

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Per le strade di New York

«Lo fanno ancora il freestyle per strada? Esistono ancora le battle degli MC? Ci sono ancora posti per i graffiti? Sotto la metro la gente balla ancora la breakdance? Le ascoltano ancora le vecchie glorie dell’hip hop, quelle che hanno fatto la storia? O New York è spietata, dimentica tutti e va solo avanti?» Sono queste le domande che si pone Danno prima di intraprendere nel 2015 il viaggio per la Grande Mela che è divenuto un documentario, “Digging New York”, di cui è regista e protagonista. «È stato il mio amico Daniele Guardia, che è anche il produttore del film, a spingermi verso questa impresa. Mi ha incitato a riscoprire le mie origini musicali toccando con mano cosa è rimasto della cultura hip hop nella città che l’ha inventata. Sono stato diverse volte a New York, ma non l’avevo mai girata così, non mi ero mai spinto nelle zone più ai margini. È stato il primo vero viaggio nella scena locale». Nei venti giorni passati lì Simone ha incontrato vecchie glorie come Mr. Kaves dei Lordz of Brooklyn e nuovi adepti per comprendere se il vero spirito del rap sia morto. «Da quello che ho potuto vedere è ancora vivo. La cultura hip hop ha solo cambiato forma, si è adattata a nuovi contesti e a dinamiche diverse». Il documentario descrive grande vivacità, spessore creativo e un forte attaccamento ai nomi del passato come Beastie Boys, Ol’Dirty Bastard e Notorious B.I.G. e a tutto ciò che essi rappresentano. La ciliegina sulla torta la mette King Just, rapper affiliato al Wu-Tang, durante la sua intervista: «respiro hip hop, mangio hip hop, cago hip hop».

“Secondo di tre figli della medio borghesia nera di Queens, Russell Simmons è l’uomo che ha portato i bassifondi a Wall Street, il primo a sbancare dal basso il piatto ricco dell’industria musicale americana, il pioniere del business nell’hip hop, il padre di tutta la miriade di tycoon che oggi infesta la musica nera e le sue mille, effimere attività imprenditoriali”.

(Mauro Zanda, Back in Black, Tuttle Edizioni, Arezzo 2005)

Eravamo noi internet.

«Fare hip hop in Italia significava fare qualcosa che ancora non aveva fatto nessuno. I pionieri del suono negli anni 80 sono stati dj come Ice One, Next One, Dj Gruff». Strettamente legati ai contesti di breakdance, sono stati questi personaggi a fare da rompighiaccio a Roma, Torino, Milano e Bologna e a dar vita alla “old school italiana” del rap. Il richiamo di questo fenomeno tra i più giovani era forte «perché non dovevi studiare nessuno strumento, non dovevi imparare a cantare. Emulando inizialmente i grandi della scena iniziavi a scrivere le tue rime e ti allenavi giocando con le parole. Il divertimento era immediato perché avevi subito la possibilità di testare il tuo rap in mezzo agli altri della crew. Non avevi bisogno né di palco, né di band». Quando qualcuno riusciva a distinguersi, magari pubblicando un disco, diventava automaticamente un punto di riferimento per i novelli. Tecnica e cultura si tramandavano sulla strada, nei luoghi di ritrovo. «Come ha detto recentemente Masito in un’intervista, “eravamo noi i media di riferimento, eravamo noi internet”. Se qualcuno voleva ascoltare un disco o sapere chi l’aveva prodotto doveva chiedere a noi».

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Lo zoo di Roma.

Conclusa l’esperienza di Piazzale Flaminio, Danno, Masito e altri nomi dell’hip hop della Capitale posero le fondamenta del Rome Zoo. Il tutto poi prese corpo con “RZ Tape n.1”, mixtape prodotto da Dj Stile e Dj Baro nel 1997. «C’erano persone molto diverse tra loro, eppure in questo gruppo trovammo un’identità forte. Il nome nacque per scherzo come tributo al Wu-Tang Clan. Talvolta per scherzare facevamo rap improvvisato in finto inglese. Qualcuno di noi disse “Welcome to the Rome Zoo”, citando il Brooklyn Zoo di Ol’Dirty Bastard. Volevamo dire al mondo che anche a Roma ci sono animali da strada». Era la necessità di costruire un ponte immaginario che unisse l’hip hop romano a quello newyorkese, ma che fosse diverso da quello troppo dogmatico della Zulu Nation di Afrika Bambaataa, una forma di culto per alcuni. «Il Rome Zoo divenne una cosa senza confini. Arrivammo al punto che chiunque faceva hip hop a Roma diceva di farne parte, anche personaggi che noi non conoscevamo. Prima della sua esplosione e disgregazione almeno quaranta persone componevano questa crew».

Ci piace hardcore.

«Per me hardcore è “nocciolo duro”. Indica un certo impatto, vocale e sonoro. È qualcosa di non filtrato, grezzo e aggressivo. Come un film porno». Erano gli anni 90 e a Roma si faceva l’hardcore. Il rap era hardcore. Il punk era hardcore. Le due realtà si svilupparono parallelamente. Band di giovani provenienti da una scena e dall’altra si conoscevano, si stimavano, frequentavano gli stessi locali e talvolta collaboravano. «Eravamo molto in sintonia con gruppi come Growing Concern e Concrete. Forse a legarci era proprio l’uso della parola hardcore e il fatto che negli States le due scene iniziavano a mescolarsi sulla scia di Rage Against the Machine e Red Hot Chili Peppers. La sera ci si incontrava negli stessi posti. Il Circolo degli Artisti e il Pub Cirrosy’s. Lì i dj passavano reggae, rock, hardcore e hip hop senza mettere muri di genere. E skin, rasta, hiphoppers e amanti dei suoni più aggressivi si trovavano ad ascoltare e muovere la testa con la stessa musica».

“Appena nato, il rap era già una meta-musica costruita sui rifiuti della moderna civiltà musicale di massa, tonnellate di vinile ed un microfono per sputarci dentro le parole in libertà: non musica per musicisti, ma roba da party di strada”.

(Fabrizio Versienti, prefazione all’edizione italiana di Hugues Bazin, La Culture Hip Hop, Desclée de Brouwer, Paris 1995)

Il rap (non) è punk. Il rap è blues. Il rap è folk.

«Negli anni 90 l’hip hop non si era ancora piegato alle regole di mercato e chi a Roma rappava lo faceva anche perché sentiva genuinamente la necessità di sfidare un sistema». Diversi musicologi hanno provato a mettere in parallelo lo stile punk ed lo stile rap, nati più o meno contemporaneamente sulle strade di periferie, di ghetti e quartieri della working class, contesti disagiati e per questo simili, per quanto geograficamente e culturalmente diversi. Entrambe le sottoculture proponevano, per dirla con l’antropologo Dick Hebdige, una violazione simbolica dell’ordine sociale, “l’impulso ad allontanarsi dalla ‘falsa natura’ seconda dell’uomo verso un artificio genuinamente espressivo; uno stile autenticamente sotterraneo” (Dick Hebdige, Subculture. The Meaning of Style, Methuen & Co. Ltd, London 1979). Non è un caso che molti skaters fossero influenzati allo stesso modo da entrambi i codici estetici. Ma, per Danno, il rapper è soprattutto un cantastorie, uno storyteller, un poeta. Così come lo sono stati Bob Dylan, Woody Guthrie e Robert Johnson. «Il rap è una sorta di evoluzione del blues. Prevede un tappeto sonoro sempre uguale, come i tre accordi nel blues. E sopra spesso c'è uno che in rima si lamenta di qualcosa… della vita ingiusta, del mondo infame e così via. Allo stesso modo il rap è nato anche grazie ai toaster della musica reggae giamaicana, che ha una forte attitudine folk. Il rap è folk perché è fatto di storie e di radici».

Rap e poesia: i Poeti Der Trullo.

Da qualche anno è attivo nella Capitale un collettivo di poeti di strada. Si chiamano Poeti Der Trullo e si sono fatti conoscere affiggendo rime romanesche per gli angoli della città. Un movimento che parte dalla periferia e si diffonde e si espande attraverso la rete. Interagiscono spesso con artisti e musicisti romani e pochi mesi fa hanno pubblicato Metroromantici, la loro prima raccolta di poesie. Oltre alla continuità con i grandi poeti della romanità, come Trilussa e Belli, un fil rouge li lega in qualche modo al momento d’oro del rap romano. «A loro va il merito di aver riportato tra i giovani l’interesse alla poesia romanesca e all’uso del nostro dialetto». Danno li conosce bene, trova in loro quello spirito di collettività che difficilmente si rintraccia nella nuova scuola del rap romano, individualista e ispirata dai nuovi fenomeni commerciali made in USA. «Sono un loro grande fan e capita spesso di confrontarci. Abbiamo una visione comune, cosa che manca a molti giovani che si cimentano nel rap e sanno poco o nulla del passato hip hop di questa città. Io mi sento un po’ poeta, lo confesso. Il rap è a suo modo una poesia messa sopra ad un beat. E non è un caso che Il Poeta fosse uno dei miei primi aka». C’è una Roma attiva che fa squadra: «abbiamo desiderio di mettere assieme le nostre "teste pensanti" e creare qualcosa di forte impatto sociale».

La giungla clandestina.

Da cinque anni Danno, insieme alla crew rap King Kong Posse, ha dato vita a Welcome 2 the Jungle, un format radiofonico sempre più seguito in diretta dal Brancaleone, luogo storico della musica alternativa a Roma. «È da quando sono adolescente che sogno di fare una radio clandestina e diffondere la musica che mi piace. Ogni giovedì il nostro appuntamento diventa un vero e proprio evento live e il nostro pubblico è composto soprattutto da giovani e giovanissimi. Sono felice di poter proporre a loro il meglio della musica rap genuina proveniente dagli Stati Uniti, mi piace questa dimensione educativa che è al di fuori degli interessi della major. I giovani hanno bisogno di costruire le loro esperienze su esempi realmente validi, perché l’hip hop è cultura».

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